gli inascoltati

 gli inascoltati si riconoscono con una certa facilità.

di solito sono abbastanza ben predisposti ad accordare attenzione al prossimo e anche per questa ragione (ma non solo questa) sono spesso depositari di confidenze, sfoghi, lamentele, ma anche di manifestazioni di gioia o condivisione di successi. e fini qui, tutto bene.

ma poi, intanto che l'interlocutore racconta, nell'inascoltato scatta una molla. lui sa che non è quello che dovrebbe fare o che ci si aspetta da lui, lo sa bene. ma qualche volta non riesce proprio a frenarsi.

e allora, scatta l'immedesimazione. scatta nella sua testa, quando va bene; quando proprio non ce la fa a tenersi, parte l'esternazione, oltre che l'immedesimazione.

e quindi, si sente in dover di fare paragoni ad alta voce, fra quanto gli viene raccontato e quanto - una volta o mille, non fa differenza- sia accaduto anche a lui. molto spesso il paragone è a suo sfavore: l'inascoltato si sente di solito anche più sfortunato o bistrattato della persona che dovrebbe consolare.

e il fatto di sentirsi più sfortunato o bistrattato non è sempre un impulso di narcisismo irrefrenabile: talvolta, sarebbe proprio un tentativo rivolto a far sentire meglio l'altro, facendogli vedere che ci sono situazioni anche peggiori, ma che tutto sommato si può sopravvivere. o, anche, un'ennesima occasione per fare (a sproposito e ad alta voce) un bilancio negativo delle proprie esperienze.

ma non è quasi mai questo l'effetto sortito.

questo post è declinato al maschile, perché è la scelta naturale e neutrale della nostra lingua, giusta o no che sia, e perché detesto imbrattare gli scritti con *, o con ə o con o/a.

ma non si illudano, le donne. molto spesso le inascoltate sono loro.

Commenti

  1. Leggendo, prima, "molto spesso il paragone è a suo sfavore: l'inascoltato si sente di solito anche più sfortunato o bistrattato della persona che dovrebbe consolare", e poi "talvolta, sarebbe proprio un tentativo rivolto a far sentire meglio l'altro, facendogli vedere che ci sono situazioni anche peggiori, ma che tutto sommato si può sopravvivere", di primo acchito mi è venuto da pensare che il primo caso sia il più frequente, però dopo breve riflessione ho concluso che invece no, succede altrettanto spesso che l'intento dell'interlocutore sia altruistico e sincero.
    Ugualmente immediata, in merito alla suddivisione maschile/femminile, mi è scattata la convinzione che le donne siano più capaci di ascoltare (per ragioni biologiche legate alla maternità oltre che storiche, esistenziali ecc. ecc.) rispetto agli uomini.
    Ma prometto che proverò a pensarci meglio ;-)
    Sempre interessanti comunque le tue riflessioni...
    Grazie.

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    1. grazie a te! devo confessare (ma si sarà capito) che il post ha un fondo di autobiografico... mi capita, purtroppo, che mi scatti la famosa molla, e non ti so sinceramente dire se sia più frequente l'ipotesi "vittimistica" o l'intento consolatorio. è che certe riflessioni su casi altrui, spesso, mi portano a chiedermi come sarebbe (o mi ricordano come sia stata) la stessa situazione per me. devo imparare a tenere la bocca chiusa.

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  2. L'inascoltato tende di solito alla sindrome da "piccola crocerossina" ma già questa predisposizione ti apparecchia per essere qualcuno che non coltiva fragilità, e quindi dispensato dal nostro aiuto. Insomma: l'inascoltato pone spesso le basi del proprio inascolto. E ne paga le conseguenze, ma è anche più forte di lui/lei. ;)

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    1. mamma mia... un groviglio spaventoso. il sentirsi inascoltati, secondo me, ti predispone a voler evitare ad altri di passare lo stesso guaio. ma, purtroppo, ti fa anche scattare la molla dello sproloquio quando ti trovi davanti qualcuno che ha qualcosa in comune con te, e chissa mai che abbia pure voglia di ascoltarti. il più delle volte ne nascono pasticci e incomprensione, comunque 😒

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